Magazine di informazione e opinione sull' Appenino Tosco-Emiliano
Affrontare una pandemia in montagna o in città è lo stesso? No, ecco perché

Nel biennio 1347-8 la "Peste Nera" o bubbonica, sterminò circa un terzo della popolazione europea, causando, secondo stime necessariamente grossolane, circa venti milioni di morti. Come nel caso di  SARS 2 COVID-19, la pestilenza partì dall'Estremo Oriente, viaggiò verso ponente, su quella che diventerà "La Via della Seta", arrivò in Crimea e di lì, tramite le galee genovesi - e soprattutto tramite le pulci dei roditori infettate dal batterio Yersinia pestis - arrivò in Sicilia, a Genova e poi in tutta Europa. Le città divennero inevitabili focolai di contagio ed enormi, terribili  lazzaretti. Nel XIV secolo, al dilà di fantasiose quanto inutili superstizioni mediche, l'unico rimedio con qualche speranza di successo era tenersi alla larga dai centri urbani.


La minore concentrazione antropica nelle comunità montane è un intuibile barriera alla diffusione di qualsiasi agente patogeno. Sopportare un eventuale periodo di quarantena in montagna è senz'altro più facile: molte abitazioni dei paesi sul nostro Appennino hanno giardini, orti, piccole o medie pertinenze agricole che consentono di godere di una certa libertà, pur nel pieno rispetto dell'isolamento e/o distanziamento sociale.


La testimonianza letteraria più famosa di tale rimedio è senz'altro il Decameron del certaldese Giovanni Boccaccio, ma come scrivono Andrea Frediani e Gastone Breccia nel loro saggio "Epidemie e guerre che hanno cambiato il corso della storia" (Newton Compton Editori, 2020), alcuni medici dell'epoca - seguendo il buon senso o l'istinto - consigliavano di stabilire la propria dimora, e quindi la propria vita, "in altura".
In questi ultimi mesi sono stati sovente creati parallelismi fra il dilagare della pandemia da Corona virus e la diffusione dell'infezione batterica. Tralasciamo gli aspetti biologici e clinici di pandemie e pestilenze, per soffermarci sugli aspetti di banale e popolare buon senso.


La minore concentrazione antropica nelle comunità montane è un intuibile barriera alla diffusione di qualsiasi agente patogeno. Sopportare un eventuale periodo di quarantena in montagna è senz'altro più facile: molte abitazioni dei paesi sul nostro Appennino hanno giardini, orti, piccole o medie pertinenze agricole che consentono di godere di una certa libertà, pur nel pieno rispetto dell'isolamento e/o distanziamento sociale. Infine - come ha dimostrato la recente e drammatica esperienza - le comunità piccole, come quelle montane, esaltano i valori di solidarietà fra i vari membri e la "vicinanza" degli amministratori al territorio e ai loro amministrati. Al tempo stesso, l'isolamento che nel 1348 o nel 1630 - l'anno della peste portata dai Lanzichenecchi descritta dal Manzoni ne "I promessi sposi"- rendeva i luoghi montani lontanissimi da ogni dove, nel 2020 non esiste più: punti vendita di beni e servizi essenziali sono presenti in ogni comune dell'Appennino, dall'Abetone a Vellano - per rispettare l'alfabeto - e per tutto il resto c'è l'e-commerce via Internet.


I dati sono ancora frammentari e incompleti, ma sembrerebbero indicare che la ripresa economica, anche in un settore colpito assai duramente come il turismo, sia partita prima nei territori montani rispetto a quelli urbani della pianura, e non è difficile intuirne il motivo. Insomma, il ritorno alla normalità dopo la pandemia parte dall'alto e dall'esterno verso la città e non viceversa.
Abbiamo scritto più volte che la scelta di vivere in montagna deve essere una scelta consapevole, ma che offre opportunità preziose e particolari, precluse ad altri habitat umani. Eppoi volete mettere sopportare la quarantena avendo per sfondo il Libro Aperto, i monti dell'Orsigna o i boschi della Val di Luce?