Magazine di informazione e opinione sull' Appenino Tosco-Emiliano
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L'equilibrio fra uomo è natura è ovviamente importante in qualsiasi luogo e in qualsiasi circostanza. A maggior ragione lo è negli ambienti più delicati sotto il profilo della sostenibilità dell'impatto umano, come le coste marine o le pendici montane.
Ci sono fior di testi, video, documentari, siti, gruppi social che si occupano di queste tematiche in modo estremamente approfondito, competente e professionale. Stavolta la nostra piccola riflessione vuole prendere spunto da un libro, peraltro doppiamente collegato alle nostre Metropoli Rurali: un bestseller di qualche anno fa, scritto dal duo Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli dal titolo "Malastagione" (Mondadori, Milano, 2011).

In un passaggio si legge: «Già, il bosco. Si guardò attorno. Gli venne un vago senso di rimpianto per quello che il castagneto era stato e non era più. Pulito, levigato, mantenuto come fosse un giardino. Lo scopavano addirittura, con scope di biancospino tenute all'inverno sotto a grandi sassi perché i cespugli prendessero la forma voluta. Ora vedeva i boschi abbandonati, i castagni malati del cancro del castagno o del male dell'inchiostro, e di una nuova malattia che faceva seccare le foglie e poi tutta la pianta; i rami spezzati e i tronchi caduti l'inverno abbandonati sul terreno; le foglie e i ricci di un autunno che venivano ricoperti dai ricci e dalle foglie dell'autunno successivo. Una desolazione, in boschi che per secoli, nel bene o nel male, avevano sfamato tante famiglie. "D'altra parte, allora i cinghiali non c'erano più o non li avevano ancora messi" pensò Adùmas. E nemmeno i cervi, i daini, i caprioli. Animali che si riproducevano in fretta e che, senza nessun timore, arrivavano fino al paese a devastare gli orti; nei boschi tutti gli alberi giovani pelati nella corteccia fino a uno-due metri dal suolo e i cinghiali che, a forza di rumare col grifo per cercare radici e larve, avevano arato il sottobosco, lasciando crateri come se ci avessero bombardato; e gli animali domestici, gatti e cani e a volte anche gli uomini, che tornavano a casa pieni delle zecche delle altre bestie».

Il brano descrive - a parere nostro in modo ottimale - gli effetti su un bosco di montagna dei nostri Appennini dell'azione dell'uomo, o meglio, dell'incuria dell'uomo.

E perché sottolineiamo questo brano? Perché quando in un libro di grande diffusione si producono descrizioni del genere, vuol dire che sono ormai entrate nell'immaginario collettivo, che un grande numero di persone ha vissuto l'esperienza desolante di un bosco montano malato e trascurato, proprio l'esatto contrario di ciò che dovrebbe essere destinato ad un territorio così bello e così delicato.

Quando la narrativa descrive un ambiente che molti conoscono, come ad esempio un castagneto sugli Appennini, e fa vedere, grazie all'abilità degli autori, quante e quali minacce incombono su di esso, è il momento, una volta terminata la lettura, di riflettere. E di agire.

Come? Intanto prendendo coscienza del problema ambientale e della tutela del territorio: non sembra, ma già questo si tratta di un gigantesco passo in avanti.