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Magazine di informazione e opinione dell' Appennino Tosco-Emiliano
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Nel 2019 a.c (ante covid) il 55% dei lavoratori pensava che vivere in una grande città avesse effetti positivi sulla carriera. Oggi – 2021 d.c. - lo pensa solo il 36% mentre il 13% ritiene che la vita urbana possa addirittura avere un effetto negativo. I dati sono stati rilevati dalla società di ricerche OnePoll, in uno studio commissionato da Citrix (multinazionale che fornisce tecnologie per la virtualizzazione desktop e server, networking, Software-as-a-Service e cloud computing).  Un cambio di approccio che sta generando migrazioni dall’urbe alle periferie, dalle metropoli alle provincie o – più audacemente – ai borghi, fino alle campagne, alle località marine e le terre alte. Vincono paesaggi, natura, aria pura, tanto ormai “ci si connette” da ovunque e nessun luogo è davvero lontano. Senza contare che, lasciando la città per una vita nel verde, si contribuisce anche a salvare il Pianeta.



Forse. Perché Milena Gabanelli, in un recente data room, ha messo in luce una questione non da poco: più stai connesso più produci CO2. Anche se vivi in campagna, al mare o sul cucuzzolo di un monte. Ecco sconfessata la convinzione che basti spostarsi nel verde per diventare earth friendly, vivere a KM0 per ridurre l’effetto serra. No, non basta. Conta quanto Co2 produci. Duro colpo per i green people che combattono la deforestazione a colpi di post e twitter. Il re è nudo. Accidenti, proprio ora che il 53% dei lavoratori accetterebbe (o ha già accettato) una diminuzione di stipendio in cambio della possibilità di vivere in luoghi alternativi alla città (sempre secondo i dati OnePoll).



Siamo su un crinale, in bilico tra un prima e un dopo e la spinta – teorica o pratica che sia -  verso una de-urbanizzazione è dimostrazione plastica. D’altra parte la storia della civiltà, dal Neolitico in poi, è storia di migrazioni e di alternanza tra periodi di modesto urbanesimo a periodi di abbandono dei centri urbani, quasi sempre causati da carestie unite a pestilenze (malattie, virus, pandemie) che bersagliano più facilmente le città. Le similitudini con l’oggi si sprecano.  Ergo, ci dice Gabanelli: i colossi della rete per restituire il mal tolto a Geo devono piantare tanti, tantissimi, innumerevoli alberi per provare, nonostante sia tardi, a mantenere in equilibrio il Pianeta. Non solo loro però: anche i consumatori digitali, nativi e non, sono invitati a fare un uso attento dei dispositivi elettronici, collegarsi per il tempo necessario non rimanendo connessi ad libitum. Una regola semplice, che ricorda quella di non lasciare la luce accesa in tutte le stanze, quando passi il tempo solo in una. Consapevolezza e impegno.


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Doti che vengono buone – anzi indispensabili - anche al migrante 4.0 che da urbano decide di mutare in abitante dei crinali. Si sappia che agli occhi dei nativi locali – poco disposti alle moine in quanto montanini – non basta dichiarare di assumersi la responsabilità  di far vivere i boschi  rinfoltendoli per ogni emissione provocata dal pc/tablet/smart phone. E, sia detto subito, non basta neppure farlo davvero. Al migrante 4.0 che aspira alle cime, per provare a inserirsi nel mondo delle ardue salite e discese, è suggerito di rendersi consapevole di quanto segue:

  • più la località scelta è un paradiso di silenzio, più significa che la densità della popolazione è ridotta al minimo e che di conseguenza reti stradali e mezzi di trasporto potrebbero essere veramente radi, così come i negozi, le scuole e i servizi sanitari;  
  • più il luogo scelto è un tripudio di aree verdeggianti e rigogliose,  più significa che piove sei mesi l’anno e spesso incessantemente: una valle è verde perché c’è acqua, anche piovana. Ciò significa che il tempo da trascorrere in casa sarà tantissimo e anche i carburanti per scaldare l’ambiente e non ovunque arriva il metano (figuriamoci il biometano!) e spesso i pannelli solari non sono sufficienti
  • per quanto detto sopra la quotidianità sarà costellata da arrabbiature per la scarsa copertura wifi e telefonica, il che limita anche l’opportunità di ordinare beni di consumo su Amazon per colmare la scarsità di negozi e la consegna a domicilio dipende tanto da dov’è situato questo paradiso ideale prescelto dal mutante urbano.


È quindi intuitivo che la migrazione nelle terre alte (ma in generale in località amene con bassa densità) non è solo un trasferimento nello spazio, ma anche nel tempo: un back to the past di dieci o venti anni. Bisogna saperlo prima. E questo grazie al fatto che le politiche di sviluppo delle aree montane si sono perse per sentieri ciechi. Uno dei tanti perché è sostanziale e poco paradisiaco: la scarsa densità di abitanti, fattore che ha impedito antropizzazione e favorito una natura da eden, non è un bacino di voti elettorali rilevante.  Eppure a loro e – certe volte -  a una manciata di migranti da altri emisferi scappati da povertà e persecuzioni (che nei borghi di montagna hanno trovato ospitalità grazie agli Sparr, ma di questo parlerò in un altro articolo), a loro dicevo si deve la sopravvivenza e in diversi casi un rinato fermento intorno al sapere di questi luoghi.


Posti un tempo centrali per l’economia, poi archiviati, oggi potenziali riferimenti per concretizzare stili di vita più equi ed eco, secondo l’agenda mondiale. E secondo l’agenda personale di chi ha bisogno di riscoprire i ritmi legati alla Terra. Al migrante 4.0 consapevole è chiesto di sapere anche questo: se si sposta, porta voti. Se porta voti si assume, con le comunità montane resilienti, la responsabilità di sostenere (o no) politiche di rinascita culturale, sociale, ambientale. E solo il Dio dei boschi sa quanto ce ne sarebbe bisogno.

 

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